La risposta alla crisi alimentare? Arriva dalle startup agrifood sostenibili 

Che la crisi alimentare a livello globale sia un’emergenza è un dato di fatto, e non solo negli angoli più sfortunati del nostro pianeta. Secondo le ultime previsioni della Fao, il livello di insicurezza alimentare globale, che nel 2021 ha raggiunto 828 milioni di persone che soffrono la fame e altri 2,3 miliardi di persone in stato di moderata o severa insicurezza alimentare, è destinato a peggiorare ulteriormente a causa degli effetti della pandemia, degli eventi climatici estremi e della guerra in Ucraina. 

Allarme rosso anche in Italia

Come dicevamo, la crisi non riguarda solo paesi lontani. In Italia nel triennio 2019-21 il 6,3% della popolazione ha avuto problemi di accesso al cibo e la situazione si è aggravata. Le risposte alla crisi e alle sfide epocali del settore agroalimentare si attendono in primo luogo dai decisori politici. Un ruolo importante è giocato anche dalle collaborazioni cross-settoriali tra enti pubblici locali e settore privato (profit e non profit). Al contempo le imprese rafforzano i propri sforzi di innovazione per introdurre soluzioni nuove alle sfide di sostenibilità del settore.

Il ruolo strategico delle start up

Di 7.337 startup agrifood censite nel quinquennio tra il 2017 e il 2021 a livello mondiale, il 34% (2.527 startup) persegue uno o più degli obiettivi di sviluppo sostenibile inclusi nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Le soluzioni sviluppate dalle startup agrifood mirano innanzitutto a ottimizzare l’utilizzo delle risorse (SDG 12 target 12.2, 30%); inoltre, promuovono la tutela degli ecosistemi terresti e d’acqua dolce (SDG 15 target 15.1, 21%). A seguire, le startup investono su soluzioni per sensibilizzare e incentivare l’adozione di stili di vita e pratiche sostenibili (SDG 12 target 12.8, 17%), aumentare la produttività e la capacità di resilienza dei raccolti ai cambiamenti climatici (SDG 2 target 2.4, 17%) e favorire il turismo sostenibile e le produzioni locali (SDG 8 target 8.9, 16%). In misura più modesta le giovani imprese puntano a tutelare i piccoli produttori (SDG 2 target 2.3, 12%), ridurre eccedenze e sprechi alimentari lungo la filiera (SDG 12 target 12.3, 11%), assicurare il lavoro a tutti e una remunerazione equa (SDG 8 target 8.5, 8%) e promuovere l’uso efficiente e accesso equo alle risorse idriche (SDG 6 target 6.4, 7%). Questi sono alcuni dei risultati della ricerca dell’Osservatorio Food Sustaiability della School of Management del Politecnico di Milano. “Di fronte alle sfide epocali ed emergenti del settore, le startup agrifood propongono soluzioni innovative che puntano a migliorare la sicurezza alimentare e favorire la transizione a modelli di produzione e consumo più sostenibili e inclusivi – afferma Paola Garrone, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability -. Le giovani imprese sono le prime a farsi promotrici di tecnologie, servizi e modelli di business innovativi, cogliendo nuove opportunità di mercato. I modelli di business proposti sono essenzialmente orientati alla sostenibilità, per cui diventano il soggetto ideale per osservare da vicino i trend di innovazione e l’introduzione di nuove pratiche di sostenibilità nell’agrifood”.

Le startup nel mondo

Guardando alla concentrazione delle startup agrifood orientate alla sostenibilità nei diversi Paesi del mondo la Norvegia risulta al primo posto (25 startup agrifood, di cui il 60% sostenibili), seguita da Israele (119 startup, di cui il 58% sostenibili). In terza posizione si classifica la Nigeria (64 startup, di cui il 50% sostenibili), seguita dalla Polonia (20 startup, di cui il 50% sostenibili). L’Italia si trova al ventitreesimo posto (85 startup agrifood, di cui il 35% sostenibili). Sul fronte dei finanziamenti, invece, considerando le sole startup agrifood con chiara indicazione geografica e che hanno ricevuto almeno un finanziamento, il 40% è rappresentato da startup sostenibili. Queste ultime hanno raccolto complessivamente 6,4 miliardi di dollari dal 2017 al 2021, con una media pari a 7,3 milioni di dollari per azienda. 

Inflazione e gender gap: le donne la “sentono” di più

Secondo uno studio realizzato da tre economisti della Banca centrale europea, esiste un ‘gender gap’ anche per l’inflazione, ed è ‘abbastanza sostanzioso’. Se l’inflazione è un problema per tutti, le donne la percepiscono di più rispetto agli uomini, hanno aspettative sulla sua crescita più alte, e ricadute dirette sulle abitudini di spesa. Lo studio esamina i dati dell’ultimo sondaggio di agosto sulle aspettative dei consumatori, il Consumer Expectations Survey, o CES, dai quali emerge che le aspettative di donne e uomini divergono di quasi un punto percentuale. La causa principale della differenza è che le donne pongono maggiore enfasi sull’aumento percepito dei prezzi del cibo, settore che pesa più di altri sulle aspettative generali.

Uomini più fiduciosi sulle loro aspettative

La seconda ragione è un atteggiamento diverso di fronte al futuro: “Gli uomini sono più fiduciosi circa le loro aspettative”, spiegano gli esperti, mentre le donne sono più negative sull’andamento dell’economia, più incerte sulle prospettive e tendono ad arrotondare le stime al rialzo. Gli uomini poi non danno molto peso al cibo, preoccupandosi invece per il costo dei trasporti, dei vestiti e delle case. Una differenza che potrebbe riflettere “la diversa divisione dei compiti di casa tra uomini e donne”. Anche perché questa distinzione non esiste nei single. Nel campione che compone il sondaggio della Bce, di età tra i 35 e i 49 anni, la percezione dell’inflazione nei diversi settori è identica per entrambi i sessi: solo nelle coppie ci sono differenze.

Donne più preoccupate per l’aumento dei prezzi del cibo

Gli economisti stimano che quel punto percentuale maggiore nella percezione delle donne aumenti le loro aspettative sui prezzi del cibo di 0,40 punti. La percezione degli uomini, invece, ha un impatto di appena 0,26 punti. I numeri si ribaltano quando si guarda agli altri settori, perché sono parecchi quelli su cui gli uomini hanno aspettative maggiori delle donne. Accade sulla sanità (0,12 punti percentuali rispetto ai 0,11 delle donne), sull’immobiliare (0,11 contro 0,08), sui vestiti (0,12 contro 0,07) e sui trasporti (0,07 contro 0,02).

Perché è importante scorporare i dati del sondaggio in base al genere

Scorporare i dati dei sondaggi in base al sesso, sottolinea il blog della Bce, è molto importante per il futuro della politica monetaria. “Le percezioni influenzano i comportamenti in una miriade di modi”, spiegano gli economisti. Ad esempio, da questi ultimi dati si evince che “le donne potrebbero essere meno disposte a cancellare, rinviare o ridurre le proprie vacanze quando i prezzi dell’energia salgono, o potrebbero essere meno influenzate dai prezzi quando devono comprare un’auto”, con evidenti ricadute sulla domanda aggregata. Per i banchieri centrali, riporta Ansa, è importante capire come i consumatori formano e aggiornano le loro aspettative di inflazione, poiché “aiuta a identificare quale tipo di inflazione è importante per i consumatori”, e “migliora l’analisi delle implicazioni macroeconomiche delle decisioni di politica monetaria”.

Traffico dati su mobile: raggiunti i 100 Exabyte

Nel secondo trimestre di quest’anno il traffico dati da mobile è divenuto pari 1000 miliardi di byte. In pratica ha raggiunto i 100 Exabyte al mese.
Questa lievitazione dei dati si spiega con la oramai consueta combinazione tra l’aumento degli abbonamenti a banda larga e una fruizione sempre più focalizzata sui video, che esige un maggiore consumo di dati. Più in particolare, secondo l’Ericsson Mobility Report, che offre un aggiornamento dal mondo della connettività, il volume di dati è cresciuto del +8% rispetto al trimestre precedente, del +39% in un solo anno ed è addirittura raddoppiato nel giro di due anni e mezzo.

Abbonamenti: tra aprile e giugno 2022 sono circa 7,2 miliardi quelli di tipo broadband

Oggi l’86% delle Sim in circolazione sono legate a un abbonamento alla banda larga mobile. Permettono, in altre parole, di accedere a Internet e app.
Sempre secondo l’Ericsson Mobility Report, tra aprile e giugno di quest’anno il numero di abbonamenti di tipo mobile broadband è aumentato di 100 milioni di unità, arrivando a un totale di circa 7,2 miliardi, con un incremento del +6% anno su anno.

Sulla Terra ci sono più Sim attive che esseri umani

Quanto agli standard di connessione, la rete Lte (Long Term Evolution) è la generazione dominante: gli abbonamenti sono 5 miliardi, ossia il 60% di tutti gli abbonamenti mobili, mentre quelli 5G sono ancora molti meno, 690 milioni in tutto il mondo, ma crescono in modo sostenuto, +70 milioni nel secondo trimestre 2022 contro i 77 milioni della Lte. Non è una novità che il tasso di penetrazione degli abbonamenti mobile superi il 100%: oggi è al 106%. Vuol dire, in sostanza, che sulla Terra ci sono più Sim attive (8,3 miliardi) che esseri umani. Nel secondo trimestre, riporta Agi, la spinta è arrivata soprattutto dalla Cina, con 10 milioni di abbonamenti in più, dall’India (+7 milioni) e dall’Indonesia (+4 milioni).

Domina ancora il 4G, ma il 5G agirà da catalizzatore per l’evoluzione

“Il 4G è ancora oggi l’unico modo con cui miliardi di persone in tutto il mondo accedono a Internet – ha affermato Andrea Missori, amministratore delegato di Ericsson in Italia -. Il 5G agirà da catalizzatore per l’evoluzione. Le nuove reti sono implementate non solo per continuare a supportare la crescente domanda di dati e per abilitare nuovi casi d’uso in ambito industriale e consumer, ma anche per aiutare a ridurre il consumo di energia e contribuire alla transizione ecologica”.

Inflazione: i consumatori italiani sono i più pessimisti d’Europa

Secondo la media calcolata dalla Banca centrale europea nella nuova indagine sulle aspettative dei consumatori, per i prossimi 12 mesi gli italiani si attendono un livello dell’inflazione superiore al 6%. Un valore pari a un intero punto percentuale al di sopra delle aspettative dei consumatori di Belgio, Germania, Spagna e Olanda, che per i 12 mesi prevedono attese medie di inflazione intorno al 5%.
Sono quindi i consumatori italiani i più pessimisti nell’area euro sulle attese dell’inflazione. All’opposto, le aspettative di inflazione più contenute sono quelle dei consumatori francesi, che secondo l’ultima rilevazione della Bce presentano una media poco sotto il 4%.

In Italia anche il maggior livello di inflazione percepita sui 12 mesi passati

Va rilevato poi che i consumatori italiani sono anche quelli che mostrano il maggior livello sull’inflazione percepita guardando indietro ai 12 mesi passati, con un livello mediano pari al 10%.
Secondo l’indagine della Bce i consumatori di Spagna e Olanda hanno percepito una inflazione poco sotto il 9%, quelli del Belgio all’8%, i consumatori della Germania poco sopra il 7%, e anche in questo caso, il valore più basso si registra tra i consumatori della Francia, con una inflazione mediana percepita attorno al 5%.

Giugno: tra gli europei l’inflazione percepita è del 8,6%

La Bce ha recentemente pubblicato per la prima volta anche i risultati di una nuova indagine proprio sulle aspettative dei consumatori europei, che riguarda diverse voci e di cui l’inflazione è il primo aspetto. A giugno l’inflazione percepita dai consumatori europei sugli ultimi 12 mesi è stata del 8,6% in media, e del 7,2% a livello mediano. La ‘media’ è il numero che risulta dalla divisione di tutti i dati riportati per il numero di partecipanti a un sondaggio. La ‘mediana’, invece, è il numero che si trova nella posizione centrale quando i dati vengono ordinati in maniera crescente. Per l’insieme dell’area euro la Bce fornisce entrambi, mentre sui singoli Paesi pubblica grafici unicamente con il livello mediano.

Aspettative per i prossimi tre anni: 4,6%

Secondo i dati relativi a un sondaggio effettuato a giugno, riporta Askanews, l’aspettativa di inflazione sui prossimi 12 mesi è invece stata del 6,6% in media e del 5% a livello mediano a livello dell’area euro. Sui prossimi tre anni la media delle attese di inflazione dei consumatori è del 4,6%, mentre la mediana è del 2,8%. Sulle aspettative dei consumatori per i prossimi tre anni le attese degli italiani restano le più elevate, ma con un divario meno marcato: poco sopra il 3% nella Penisola, al 3% in Olanda e Spagna, poco sotto il 3% in Belgio, attorno al 2,5% in Germania e al 2% in Francia.

Italiani in vacanza alla scoperta della cucina tipica e locale

Secondo la ricerca Doxa/Consorzio di Tutela Bresaola della Valtellina, il trend per le vacanze estive di quest’anno è la scoperta dei cibi locali con una storia da raccontare. Per 1 italiano su 2 (48%) la cucina tipica locale esprime la vera identità dei luoghi in cui è nata, e per 3 italiani su 10 si degusta alternando un pasto completo a tanti spuntini tipici a base di finger food. Un altro fattore di attrazione è la nostra varietà territoriale ed enogastronomica: per 4 italiani su 10 (38%) la cucina locale è sempre diversa, a seconda della cultura e della tradizione del territorio, e per il 33% parla di autenticità, in quanto specchio della memoria locale. Inoltre, per i 28 milioni di italiani che andranno in vacanza il cibo è la voce più importante del budget, con un terzo della spesa turistica destinato alla tavola.

Un viaggio non è completo se non ci si immerge nella tradizione gastronomica

In Italia si contano 5333 tipicità regionali, tra pane, pasta, formaggi, salumi, conserve, frutta e verdura, dolci e liquori tradizionali, che compongono il patrimonio enogastronomico nazionale. Dietro ognuno di questi prodotti vi è una storia di cultura, tradizione e trasmissione di un sapere antico legato ai territori, e un viaggio non è completo se non ci si immerge nell’offerta gastronomica e nella scoperta delle tradizioni territoriali. I prodotti tipici della Puglia, ad esempio, sono 150, tra DOP, IGP e tipicità, come la Burrata di Andria IGP o il Pane di Altamura DOP, il rustico e il pasticciotto leccesi, souvenir perfetti da riportare a casa al termine della vacanza.

Alla scoperta di vini e ricette regionali

Una regione ricca di storia e cultura tanto quanto di vini straordinari, prodotti caseari e salumi: la tradizione gastronomica siciliana è frutto di influenze delle varie culture mescolate sull’isola. La cucina e i piatti proposti sono spesso elaborati e comprendono ingredienti della terra e del mare insieme e variano in base al territorio. La cucina toscana è invece una delle più antiche tra le cucine regionali del Belpaese. Molti dei piatti tipici mantengono la loro ricetta originale, caratterizzata da preparazioni semplici, con ingredienti di origine contadina, come il pecorino toscano, la finocchiona, i salumi di Cinta Senese o il Lardo di colonnata IGP. 

Dalla Valtellina alle Marche

Se si parla di Lombardia e montagne, il pensiero immediato va alla Valtellina. Quest’estate il Consorzio di Tutela Bresaola della Valtellina con la campagna ‘Destinazione Bresaola’ propone un’interpretazione in chiave street food delle ricette della tradizione con i prodotti tipici locali. Una delle mete preferite da stranieri e italiani è anche il Trentino-Alto Adige, con formaggi, mele, insaccati e patate che regnano in molti dei suoi piatti tipici. Quella marchigiana invece, riporta Askanews,  è una terra di sapori semplici, piatti poveri che al pescato fresco della costa coniugano le prelibatezze dell’entroterra. Un tour enogastronomico regionale spazia dal tartufo bianco di Acqualagna ai legumi, dal Ciauscolo IGP fino ai vini, come il Lacrima di Morro d’Alba. 

A Milano, Monza e Lodi i giovani tornano a fare impresa

A Milano Monza Brianza Lodi le iscrizioni di imprese giovanili registrano +21,6% rispetto al 2020. Le aziende guidate da under 35, quindi, sono fortunatamente in crescita: non succedeva dal 2014. Nel territorio in esame, nel 2021, le imprese gestite da giovani under 35 hanno registrato, dopo una lunga fase calante, una buona performance, che ha visto incrementarsi rispetto al 2020 sia il numero delle nuove nate (+21,6%) sia quello delle imprese attive (+1,2%). E Milano si conferma capitale italiana delle start up innovative: 1 su 5 ha sede in città. Complessivamente il sistema imprenditoriale di Milano Monza Brianza Lodi registra nei primi sei mesi del 2022 una performance positiva delle iscrizioni: sono 17.129 le nuove imprese nate. A fronte delle 12.173 chiusure, il saldo tra iscrizioni e cancellazioni è stato positivo: +4.956 imprese, con il contributo determinante di Milano (+4.237). Nel primo semestre del 2021 il saldo complessivo si attestava a +5.050 unità.

Anche il tasso di crescita si conferma positivo

In attesa di sapere quanto inciderà sul quadro economico l’attuale situazione geopolitica internazionale, le previsioni sul valore aggiunto indicano per il 2022 una crescita pari al 2,9% per Milano, stesso dato per Monza Brianza e +1,7% per Lodi. Considerando complessivamente i tre territori, nel 2021 sono stati recuperati circa 11 miliardi e mezzo di euro di valore aggiunto rispetto agli oltre 14 persi nel 2020 (+6,6%); con un differenziale quindi rispetto alla situazione pre-Covid di -1,4%. Sono alcuni dei dati emersi in occasione dell’incontro “Milano alla prova del futuro. Giovani, innovazione e start up = Risorse, opportunità e sfide”, dedicato alla presentazione del rapporto annuale “Milano Produttiva”, giunto alla sua 32a edizione, realizzato dal Servizio Studi Statistica e Programmazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. 

Il trend dei settori economici nel 2021

Le indagini congiunturali dei settori per il 2021 indicano uno scenario di crescita diffusa che interessa trasversalmente tutti i territori. Il manifatturiero ha registrato nel 2021 una crescita significativa della produzione industriale, in particolare nella città metropolitana di Milano (+14,6%) e nella provincia di Monza Brianza (+13,6%) seguite a distanza da Lodi (+8,8%). L’artigianato ha evidenziato un trend della produzione inferiore al manifatturiero: Milano (+8,8%), Monza Brianza (+11,3%), Lodi (+5,5%). Per quanto attiene ai servizi, si segnala una dinamica elevata per il fatturato dell’area metropolitana milanese (+16,9%), dove il settore è particolarmente rilevante per l’economia locale. Negli altri territori, i servizi hanno registrato una crescita significativa nella provincia di Monza Brianza (+16,2%) e una progressione contenuta in provincia di Lodi (+8,1%). Per il commercio al dettaglio si rileva un incremento del fatturato elevato per il territorio di Monza Brianza (+15,4%) e più ridotto nel Lodigiano (+7,9%) e nel Milanese (+10%).

Dal 2035 stop alle auto a benzina e diesel. Cosa ne pensano gli automobilisti?

Dal 2035 scatterà il blocco per le vendite di automobili nuove a benzina e diesel. Il via libera è stato deciso dal Consiglio dei Ministri dell’Ambiente dei Paesi dell’Unione Europea. Si tratta di una misura che fa parte dell’ambizioso piano di azione per contrastare il cambiamento climatico, ma non è esente da polemiche, e il giudizio degli automobilisti italiani è diviso. C’è infatti chi pensa che questo sia l’unico modo per ridurre le emissioni di gas serra e chi invece afferma che i tempi siano troppo stretti, con il rischio di demolire l’intera filiera automotive italiana.

I motori tradizionali sono “insostituibili”?

Secondo una ricerca del Centro Studi di AutoScout24 il giudizio non è positivo, anzi, quasi sette utenti su dieci valutano la misura negativamente, con i motori tradizionali che si confermano allo stato attuale ‘insostituibili’. Ma quali sono le motivazioni? Innanzitutto i tempi. Per quasi otto utenti su dieci, il 2035 è una data troppo ravvicinata per un cambiamento così epocale, un parere in linea con i Paesi che chiedono di posticiparne lo stop al 2040. Sul fronte dei costi, per la maggior parte degli utenti (90%) il prezzo delle auto elettriche è troppo alto e distante dal budget medio a disposizione degli automobilisti per l’acquisto di un’auto, dichiarato dagli intervistati dalla ricerca pari a circa 24.600 euro

Le barriere all’auto elettrica

Ma la vera barriera è di tipo tecnologico, e pochi credono che fra 13 anni ci sarà una vera ‘rivoluzione’ su questo fronte. Secondo l’86% degli intervistati, infatti, il livello tecnologico delle auto elettriche non è ancora adeguato in termini di batterie e autonomia, senza contare la carenza dell’infrastruttura italiana delle colonnine di ricarica, indicata dall’83% del campione. Una fotografia, quella scattata dalla ricerca, che poco si adatta alle abitudini degli automobilisti, dato che l’83% usa l’auto almeno cinque giorni a settimana, oltre quattro su dieci percorrono in media più di 20mila km l’anno e molti per spostamenti lunghi.

Come promuovere il passaggio verso una mobilità più green?

Poi c’è anche un aspetto ambientale, riporta Adnkronos. Solo pochi sostengono, il 7%, che le auto elettriche siano veramente green considerando tutto il ciclo di vita del prodotto, ed esprimono dubbi in merito al fatto che la misura servirà realmente a ridurre le emissioni e l’impatto ambientale (19%).
Inoltre, gli intervistati pensano che avremo il problema di come smaltire le batterie (84%).
Al contrario, i favorevoli pensano che solo con interventi decisi si potrà promuovere il passaggio verso una mobilità più green. Ma per il momento rappresentano la netta minoranza.

Le stampanti inkjet sono più ecologiche: 1,3 milioni di tonnellate di CO2 risparmiati

Le stampanti con tecnologia a getto d’inchiostro potrebbero ridurre le emissioni di oltre il 50% rispetto ai livelli attuali, e potrebbero far risparmiare 1,3 milioni di tonnellate di anidride carbonica (CO2). Se tutti passassero alle stampanti inkjet le emissioni diminuirebbero infatti del 52,6% rispetto ai livelli attuali. Un po’ come se sulle nostre strade circolassero 280.000 auto in meno all’anno. La tecnologia inkjet può infatti consumare fino al 90% in meno rispetto alle soluzioni laser. È quanto emerge da una ricerca commissionata da Epson e svolta dal professor Tim Forman dell’Università di Cambridge. Per un futuro a emissioni zero, si legge nello studio, è necessario che il consumo energetico mondiale associato all’uso dei vari dispositivi diminuisca drasticamente: servirebbe infatti una riduzione media del 25% entro il 2030 e del 40% entro il 2050.

Per la stampa di documenti è possibile un futuro net-zero

“Questa ricerca dimostra che per la stampa è possibile un futuro net-zero, a condizione che vengano adottate soluzioni più efficienti in termini di consumo energetico, a casa come in ufficio, e che si riducano le emissioni di anidride carbonica associate alla produzione di questi dispositivi – dichiara Tim Forman -. Per evitare che il cambiamento climatico abbia conseguenze sempre più drammatiche, è importante continuare a migliorare l’efficienza energetica delle apparecchiature e ridurre i consumi necessari per la loro produzione. L’analisi dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) dimostra che la mancata realizzazione di uno scenario di decarbonizzazione net-zero nel settore degli elettrodomestici potrebbe comportare un aumento del 100% nella frequenza di ondate di calore estremo e un aumento del 40% della siccità”.

Puntare su innovazione tecnologica e dispositivi più efficienti

Secondo Forman, sono tre i modi per attuare un cambiamento collettivo. Innanzitutto, puntare sull’innovazione tecnologica. Con la crescente diffusione di apparecchiature la riduzione delle emissioni di anidride carbonica dipenderà dal miglioramento degli standard di efficienza e dalla riduzione dell’intensità energetica legata alla produzione.
È inoltre necessaria una maggiore collaborazione a livello internazionale per promuovere l’utilizzo di apparecchiature più efficienti e migliorare il quadro per l’etichettatura dell’efficienza energetica. L’obiettivo è accelerare i tempi di eventuali piani d’azione, e ridurre i costi per i dispositivi più efficienti.

Ridurre consumi energetici ed emissioni di gas serra è possibile

Se ognuno di noi farà la propria parte, l’impatto positivo sul pianeta può essere significativo. Scegliendo la tecnologia a freddo, è possibile ridurre consumi energetici ed emissioni di gas serra. “Stiamo senza dubbio affrontando una crisi climatica mondiale e il futuro è nelle nostre mani – commenta Henning Ohlsson, Director of Sustainability di Epson Europe -. Possiamo controllare il modo in cui consumiamo l’energia e rendere il mondo un luogo migliore, dispositivo dopo dispositivo. La tecnologia inkjet è al momento la scelta più eco-sostenibile e anche i cambiamenti più piccoli possono fare una grande differenza nella protezione del permafrost”.

Mobilità elettrica e home working abbassano l’inquinamento urbano

Rendendo ‘elettrico’ anche solo l’1% dei veicoli privati più inquinanti in un centro urbano, la conseguente riduzione delle emissioni di CO2 sarebbe pari a quella ottenuta se una quantità 10 volte maggiore di veicoli scelti a caso fossero elettrici. Risultati analoghi si otterrebbero dall’applicazione dell’home working mirato ad evitare i viaggi sistematici da casa al lavoro anche solo di una porzione della popolazione. In città come Roma e Firenze, ma anche a Londra, il 10% delle strade più inquinate può arrivare a ‘ospitare’ quasi il 60% delle emissioni veicolari di tutta la città, e allo stesso modo, il 10% dei veicoli più inquinanti può arrivare a essere responsabile per ben più della metà delle emissioni.

È importante compiere scelte informate: lo conferma la scienza

Insomma, la mobilità elettrica e l’adozione dell’home working potrebbero abbassare i livelli di inquinamento ed emissioni nelle città. È quanto emerge da uno studio condotto dai ricercatori dell’Istituto di scienza e tecnologie dell’informazione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isti) in collaborazione con il Dipartimento di ingegneria informatica, automatica e gestionale (Diag) della Sapienza Università di Roma. 

“Si tratta di una evidenza scientifica di quanto sia importante compiere scelte che siano informate”, commenta Mirco Nanni, ricercatore di Cnr-Isti che ha condotto lo studio e direttore del Kdd-Lab.

I divieti alla circolazione dovrebbero essere concepiti per chi inquina di più

“Misure come le cosiddette targhe alterne, ancora in voga fino a pochi anni fa, sono incredibilmente meno efficaci di politiche di riduzione delle emissioni che compiano invece scelte mirate – aggiunge Mirco Nanni -, come i più recenti divieti alla circolazione dei veicoli particolarmente inquinanti, o eventuali incentivi all’elettrico, che dovrebbero, però, essere concepiti per chi inquina di più”.

Ma chi inquina di più?

“Dal nostro lavoro emerge che chi si sposta in modo più prevedibile, come nel tragitto casa-lavoro, è responsabile di una maggiore fetta di emissioni di chi ha, invece, un comportamento di mobilità più erratico e imprevedibile”, spiega Luca Pappalardo ricercatore del Cnr-Isti e coordinatore dello studio.

Le politiche di riduzione delle emissioni veicolari devono essere mirate

Questo tipo di ricerche possono essere di aiuto ai decisori politici.
“Nel concepire politiche di riduzione delle emissioni veicolari che siano veramente efficaci e riescano, così, ad avere un impatto positivo sulle nostre città, bisogna conoscere il fenomeno in modo approfondito – sottolinea Matteo Böhm, dottorando della Sapienza e autore dello studio -. Solo con scelte informate, infatti, si può ‘sapere dove colpire’, e arrivare così a ottenere il massimo risultato. La nostra speranza è che studi come questo possano aiutare a raggiungere questo obiettivo”.

La pausa pranzo degli italiani: cambiamenti e desideri

Passata l’emergenza Covid, gli italiani hanno ripreso gran parte delle loro abitìni, anche per quanto riguarda la convivialità e la tavola. Secondo l’indagine dell’Osservatorio CIRFOOD DISTRICT, oggi i nostri connazionali sono ritornati a mangiare fuori casa anche per motivi di svago: più del 65%, infatti, dichiara di pranzare o cenare away from homeper ragioni diverse dal lavoro almeno due o tre volte al mese, aspetto che rimarca il desiderio di tornare a vivere momenti “live”. Ma cosa desiderano le persone quando mangiano fuori o a casa? L’analisi mette in luce tre macro tendenze. La prima è la ricerca degli ingredienti e delle materie prime, che rappresenta un fattore determinante: si richiede infatti qualità, italianità e stagionalità. Si presta inoltre attenzione alle caratteristiche nutrizionali degli alimenti: in particolare si guarda a cibi light e “free from” (ad esempio senza lattosio o glutine, zuccheri e sale). Il tutto sempre ricercando un buon rapporto qualità/prezzo – aspetto rilevante e irrinunciabile per 1 italiano su 4.

A casa, ma non solo

L’analisi riferisce che rispetto al periodo pre Covid c’è una quota di italiani che continua a vivere la propria pausa pranzo tra le mura domestiche. Questa rappresenta la tendenza in maggiore crescita con un + 31% rispetto al 2019. “Le progressive aperture che finalmente ci stanno portando a una vera normalità scardineranno questa situazione, ma alcune grandi organizzazioni ancora hanno lo smart working come modello organizzativo prevalente, per cui c’è ancora una parte di lavoratori che consuma la pausa pranzo a casa”, commenta Silvia Zucconi, responsabile Market Intelligence di Nomisma.
Una quota altrettanto elevata di dipendenti, tuttavia, consuma il pranzo nel ristorante aziendale, se disponibile, o nella ristorazione convenzionata con l’azienda. In particolare, tra coloro che lavorano in imprese che erogano questo servizio, 8 su 10 scelgono il ristorante aziendale.

I desiderata degli italiani

Dall’indagine si rileva la richiesta di una maggiore attenzione nei confronti dell’ambiente, durante la pausa pranzo nel ristorante aziendale o convenzionato, in particolare nella ricerca di confezioni con materiali riciclati e in un minore utilizzo della plastica (citato dal 59% di coloro che frequentano un ristorante aziendale e dal 43% di chi pranza in un ristorante convenzionato). 
Una considerevole percentuale di dipendenti, inoltre, vorrebbe che ci fossero specifiche informazioni relative all’impatto ambientale delle singole portate (72% e 53%). 
Tra i desiderata anche la presenza di portate pensate per soddisfare i diversi stili alimentari (60% e 47%) e per chi soffre di intolleranze (64% e 39%).