Economia

L’e-commerce nel largo consumo a un anno dal Big Bang del Covid

Dall’inizio della pandemia nel 2020 l’online nel Largo Consumo, fino a poco tempo fa considerata una forma di acquisto elitaria e con un parco di utenti circoscritto, in pochi giorni ha fatto un balzo a tre cifre, raccogliendo adesioni di fasce di popolazione fino ad allora insospettabili. E come ogni Big Bang che si rispetti, il fenomeno non si è esaurito una volta passato il momento di panico, ma ha continuato a espandersi. Oggi infatti l’e-commerce prosegue la sua corsa, contendendo crescenti fette di mercato ai canali fisici della Distribuzione Moderna. La pandemia ha quindi accelerato un processo inevitabile, già covato sotto traccia, ma anticipandolo di alcuni anni.

Il canale virtuale è riuscito a costruire una nuova base di acquirenti fedeli

La vera sorpresa non risiede tanto nel balzo iniziale, ma nel fatto che il canale virtuale è riuscito a trattenere con regolarità molti dei nuovi consumatori, costruendo così una nuova base di acquirenti fedeli. Secondo IRI Liquid Data, il risultato è che nell’ultimo anno l’e-commerce ha avuto un ruolo importante nella crescita delle vendite di prodotti di Largo Consumo, nonostante detenga ancora una quota limitata. Con solo il 2,3% delle vendite nel primo trimestre di quest’anno ha contribuito per l’1,2% al +6,2% sviluppato dalla domanda nel suo complesso, piazzandosi al terzo posto nella classifica dei driver di crescita delle vendite del comparto.

Cambia il paniere dei prodotti acquistati online

Lo sviluppo del canale ha portato con sé anche una radicale trasformazione nella composizione del paniere di prodotti Confezionati di Largo Consumo. La crescente adesione all’online di nuove fasce di consumatori ha arricchito il basket soprattutto di Alimentari e Bevande.

Al contrario, si ridimensiona la quota dei prodotti per la Cura e l’Igiene della Persona, che nel pre-Covid erano stati il fulcro del canale, oltre a essere la categoria merceologica “pionieristica” per la spesa virtuale di Largo Consumo in Italia. La maggiore sorpresa però è l’affermazione nell’e-commerce dei Freschi Confezionati, impensabile prima della pandemia. Nel primo trimestre del 2021 l’insieme dei reparti a cui attengono questi prodotti raccoglie 23,4 euro ogni 100 spesi nel canale, +3,2 euro rispetto a un anno fa.

Surgelati i più venduti, e cresce la formula del Click&Collect

La classifica delle categorie di prodotto è guidata dai Surgelati, seguiti da due voci degli Alimentari Freschi, di cui le macro-categorie contano 5 tipologie sulle prime 15 categorie per crescita. Dei reparti classici della spesa online entrano in classifica solo i Cibi per gli Animali, mentre spicca l’assenza al vertice di categorie per la Cura e l’Igiene Personale. Con l’inizio della pandemia cresce poi la formula Click&Collect, ovvero ordinare online e ritirare presso un punto di raccolta o il proprio negozio di fiducia. Una formula che raccoglie sempre più consensi sul mercato italiano, e che se all’inizio della pandemia era dovuta alla necessità di accorciare i tempi in una situazione di difficoltà da parte dei distributori, in seguito ha continuato a svilupparsi profilando un vero trend di lungo periodo.

Negli ultimi 20 anni più tasse per 166 miliardi

Negli ultimi 20 anni le entrate tributarie in Italia sono aumentate di 166 miliardi di euro. Se nel 2000 l’erario e gli enti locali avevano incassato 350,5 miliardi di euro, nel 2019 il gettito è salito a 516,6 miliardi. In termini percentuali, la crescita in questo ventennio è stata del 47,4%, 3,5 punti in più rispetto all’aumento registrato sempre nello stesso arco temporale dal Pil nazionale (+44,2%. L’inflazione, sempre in questo arco temporale, è aumentata del 37%, 10 punti in meno rispetto alla crescita percentuale del gettito. Qualcuno può affermare che con 166 miliardi di entrate in più la nostra macchina pubblica ha funzionato meglio e i contribuenti italiani hanno ricevuto più servizi, oppure questo prelievo aggiuntivo li ha impoveriti, contribuendo a non far crescere il Paese? L’Ufficio studi della CGIA non ha dubbi, e propende senza esitazioni per la seconda ipotesi.

Quarti al mondo per peso delle tasse

Anche se provvisori, gli ultimi dati statistici dell’OECD 3, club che racchiude i 37 Paesi più industrializzati al mondo, ci dicono che dopo la Danimarca (46,3% del Pil), la Francia (45,4%), Belgio e Svezia (entrambe al 42,9%), l’Italia è al 4° posto a pari merito con l’Austria (42,4%) per incidenza della pressione fiscale sul Pil. Se ci confrontiamo con i nostri principali competitor commerciali, solo la Francia sta peggio di noi (i transalpini registrano un carico fiscale complessivo superiore al nostro di 3,2 punti). La Germania, invece, presenta una pressione fiscale inferiore alla nostra di 3,6, la Spagna di 7,8 e il Regno Unito addirittura di 9,4 punti.

Se siamo la settima economia del mondo lo dobbiamo alle prestazioni delle Pmi

Al di là dell’Atlantico, invece, gli USA contano quasi 18 lunghezze di peso fiscale inferiore a quello italiano, mentre la media dei Paesi OECD è inferiore alla nostra di 8,6 punti. Ora, se siamo saldamente la settima economia del mondo, questo risultato non lo dobbiamo certo alle performance della nostra Pubblica Amministrazione, che mediamente funziona poco e male, nemmeno al ruolo delle grandi imprese, che nel nostro Paese si contano sulle dita delle mani, ma alle prestazioni delle nostre Pmi. Anche per questo, assieme ai propri lavoratori, meritano una tassazione più giusta, più equa e più leggera.

Partite Iva, abolire il sistema saldo/acconto

Oltre a tagliare le tasse attraverso il federalismo fiscale, per il popolo delle partite Iva è necessario eliminare da subito l’attuale sistema degli acconti e dei saldi, consentendo alle aziende di pagare le tasse solo su quanto hanno effettivamente incassato. Un’operazione trasparenza che consentirebbe di passare da un sistema di prelievo sugli incassi presunti a uno sugli incassi effettivi, eliminando non solo il sistema del saldo e acconto, ma pure la formazione di crediti fiscali e la conseguente attesa, da parte delle aziende, dei rimborsi fiscali che spesso arrivano con ritardi ingiustificabili.

Gli italiani tornano a richiedere prestiti: volumi a livelli pre Covid

Nell’ultimo periodo, insieme al ritorno graduale alla normalità, gli italiani hanno ricominciato  pensare a piccoli investimenti concedersi qualche extra. E così sono ritornati a richiedere prestiti, tanto che i valori hanno raggiunto le stesse cifre registrate pre-Covid. A scattare la fotografia dei nostri connazionali rispetto all’andamento dei prestiti è il Sistema di Informazioni Creditizie gestite da CRIF, che rivela come nel primo semestre 2021 le richieste di prestiti da parte delle famiglie siano aumentate del 25,6% rispetto allo stesso periodo del 2020. Registrano un andamento positivo sia sia i prestiti personali (+10,0%) sia i prestiti finalizzati (+38,4%). Solo nel mese di giugno, le richieste hanno fatto segnare un vero e proprio balzo in avanti: le istruttorie registrate sul Sistema sono complessivamente aumentate del +9,2%. A spingere questo deciso rimbalzo sono stati sia i prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi, che nell’ultimo mese di osservazione hanno fatto segnare un +8,0%, che i prestiti personali, cresciuti del +11,1%.

Un segnale del clima di fiducia

“La positiva performance delle richieste di prestiti da parte delle famiglie va letta come un naturale rimbalzo rispetto al corrispondente periodo del 2020, fortemente condizionato dall’esplosione dell’emergenza pandemica, sostenuto anche da un migliorato clima di fiducia e dal consolidamento della ripresa economica. Per il prosieguo dell’anno ci attendiamo un ulteriore consolidamento della domanda di credito ma le politiche di erogazione potrebbero farsi più selettive a fronte dell’atteso peggioramento della rischiosità del comparto nel momento in cui gli interventi straordinari e le misure di sostegno alle famiglie dovessero essere sospese” ha commentato l’andamento Simone Capecchi, Executive Director di CRIF. 

Aumenta l’importo medio richiesto: 9.536 euro
In questo contesto, è cresciuto anche l’importo medio richiesto, che si attesta a 9.536 euro (+2,8% rispetto al 2020), sebbene proprio a giungo si sia rilevata una leggera flessione (8.875 Euro, -1,7%). Circa le meta delle richieste, però (per la precisione il 47,9%) si riferisce a importi inferiori ai 5.000  euro.

Un quarto delle richieste arriva dagli under 35

Per quanto riguarda la durata dei prestiti richiesti dalle famiglie nel loro complesso, il 19,6% del totale prevede un piano di rimborso fra i 2 e i 3 anni, contro un 24,4% che va oltre i 5 anni, privilegiando soluzioni che pesino il meno possibile sul reddito familiare. C’è anche un altro aspetto interessante da considerare, relativo alla fascia di età che maggiormente richiede questo tipo di finanziamento. Si conferma infatti che gli italiani fra il i 45 e 54 anni sono quelli che maggiormente richiedono un prestito (rappresentano infatti il 25,3% del totale delle domande), ma cresce anche la percentuale degli under 35, che oggi raggiungono il 23% del totale.

Il consumo al banco produce 30 tonnellate di plastica al giorno

Le persistenti restrizioni al consumo regolare nei bar e nei locali dei mesi passati non hanno solo creato difficoltà agli esercizi e ai clienti, ma anche all’ambiente. Come conseguenza del divieto, tazze e bicchieri di vetro sono stati sostituiti dai corrispettivi in plastica, peraltro, non sempre smaltiti adeguatamente dai clienti. In pratica, il divieto di consumare caffè o altre bevande al banco ha prodotto un doppio effetto negativo. Se da un lato i fatturati dei bar sono crollati del 40%, dall’altro è stato messo in circolazione un mare, anzi un oceano, di bicchierini di plastica. Tanto che secondo le stime dell’Ufficio Studi di Fipe-Confcommercio, la Federazione italiana dei Pubblici esercizi, il divieto di consumo al banco da solo, ovvero escludendo la modalità d’asporto, genera 30 tonnellate di rifiuti di plastica al giorno.

Un divieto che rischia di distruggere il modello stesso del bar italiano

“Questo è un motivo in più per eliminare un divieto, quello del consumo al banco, che non ha alcuna base scientifica – sottolinea Fipe-Confcommercio – e che sta invece distruggendo il modello stesso del bar italiano. Un disastro che si accompagna a quello provocato dal coprifuoco alle 22. In questo caso a essere maggiormente penalizzati sono i ristoranti”.

I benefici dello slittamento del coprifuoco alle 23 per le “tasche” dei bar

Secondo l’Ufficio Studi di Fipe-Confcommercio, lo slittamento del coprifuoco alle 23 produrrebbe un beneficio per le casse dei locali pari al 10% dei fatturati giornalieri, mentre arrivare fino alle 24 aggiungerebbe un ulteriore 7%, riporta una notizia Askanews.

“In totale – spiega la Federazione – queste due ore in più di lavoro garantiscono un incremento di volumi di affari per i pubblici esercizi di 10 milioni di euro al giorno. Una boccata d’ossigeno importante, ma ancora più importante è la ripresa al più presto dell’attività al chiuso”.

Solo il 46% dei locali italiani è sprovvisto di spazi all’aperto

Ma a creare ulteriori difficoltà ai pubblici esercizi sta contribuendo anche il maltempo che nelle ultime settimane ha colpito la Penisola.

“Non dimentichiamoci – continua la Federazione – che non solo il 46% dei locali italiani, 116 mila bar e ristoranti, è sprovvisto di spazi all’aperto, ma la perturbazione che interesserà per tutta questa settimana buona parte del nostro Paese, sta determinando un nuovo lockdown di fatto anche per le altre attività. Anche per questo non si può più attendere oltre”.

Figure professionali alla ribalta, dal Growth hacker allo Ux Designer

L’emergenza sanitaria inevitabilmente ha trasformato il mercato del lavoro, ma secondo le stime del Cnel alcune figure professionali, sebbene molto richieste, sembrano introvabili dalle aziende. Trainate da digitale e sostenibilità, si tratta di profili professionali che per competenze e alti livelli di specializzazione non sono ancora diffusi sul mercato, come il Growth Hacker, il Cloud Architect o il Broacast architect, l’Energy Manager e lo Ux Designer. Quest’ultimo, diventato fondamentale per la progettazione dei siti e-commerce che hanno ricevuto una grande spinta in questi mesi.  Ma la vera tendenza del momento è il Growth Hacker, un ‘hacker della crescita’ che grazie alla sua multidisciplinarietà e formazione trasversale ha il compito di sostenere la crescita delle aziende, soprattutto in fase di start-up.

Il broadcast architect

“La broadcast industry – racconta Shahin Javidi, Ceo di brandstories – in questo momento è uno dei settori più innovativi e a maggiore velocità di evoluzione. Il consumo dei contenuti di intrattenimento si è ormai prevalentemente trasferito online. E questo permette un’infinita serie di innovazioni tecnologiche che vanno dall’interattività all’integrazione crossmediale, dai social al commerce”.

E a progettare e gestire queste innovazioni, sono broadcast architect o broadcast engineer, professionisti con competenze tipiche della tv e una grande conoscenza e padronanza delle nuove e tecnologie digitali. “Tutto questo diventa ancora più importante nel branded entertainment – continua Javidi – dove la contaminazione tra i due mondi, tv e Internet, permette ai brand di potenziare ancora di più il dialogo con le loro community”.

Il webiExport Manager

In futuro saranno sempre più richieste figure professionali legate al digitale. “Attualmente stiamo puntando sulla figura del webiExport Manager, legata al nostro servizio di internazionalizzazione delle pmi – commenta Giovanni Farese, general manager di webidoo -. Oltre alla gestione della presenza sulla piattaforma, mettiamo infatti a disposizione un Digital Export Specialist dedicato che offre una consulenza strategica per rendere più performante il business dei clienti – aggiunge Farese -. Il ruolo del webiExport Manager è di garantire una gestione efficace delle comunicazioni day by day, reattività nelle risposte, continuità nell’azione di ricerca opportunità sui mercati esteri e supporto nelle trattative commerciali, anche in lingua”.

Il Digital Analyst e il Digital Strategist

“In base alle previsioni dei nostri esperti, i profili più ricercati da qui al 2030 saranno il Digital Analyst, il Digital Strategist e il Web Content Strategist”, afferma Davide Castioni, director of Sales & Operations di MailUp.

“Il Digital Analyst è la figura che provvede all’analisi e alle proiezioni dei dati di vendita, dei risultati delle campagne di marketing, delle abitudini di consumo e dei trend di mercato. Il Digital Strategist è invece incaricato dell’identificazione di bisogni, obiettivi, opportunità di business: crea e supervisiona l’esecuzione di un piano tramite iniziative specifiche con cui raggiungere gli obiettivi”.

A lungo termine, la sfida maggiore per le aziende resta comunque quella di attuare strategie che possano favorire la capacità di attrarre, ma soprattutto di trattenere talenti e risorse brillanti, riferisce Adnkronos.

Acquisti online di oggetti danneggiati. Cosa fare?

L’acquirente che si accorge che il prodotto ordinato e regolarmente pagato non funziona, o che è danneggiato anche solo parzialmente, può chiedere o la sostituzione del prodotto oppure la riparazione a spese del venditore. In entrambi i casi, le spese di spedizione per la riconsegna del pacco sono a carico del venditore. Il Codice del consumo regola e disciplina tutti i diritti di chi fa ordini su Internet, ricorda laleggepertutti.it. Se tuttavia la riparazione o la sostituzione dovesse risultare impossibile o economicamente non conveniente, allora l’acquirente può chiedere o il rimborso del prezzo, restituendo il prodotto non funzionante, oppure, uno sconto sul prezzo corrisposto, ottenendo così il rimborso.

Il rimborso deve avvenire nel più breve termine possibile

Il rimborso dell’importo pagato a titolo di prezzo per la vendita online deve avvenire nel più breve termine possibile, non oltre il ricevimento del prodotto. Quindi, il venditore non può opporre diverse prassi commerciali all’acquirente per ritardare il riaccredito del prezzo. In ogni caso, la garanzia che consente al consumatore di chiedere la riparazione o la sostituzione o, in difetto di queste, la restituzione del prezzo o uno sconto vale per due anni dalla consegna dell’oggetto acquistato. È, tuttavia, necessario che l’acquirente “denunci” il difetto al venditore entro 60 giorni dalla scoperta.  Spesso, il venditore chiede infatti all’acquirente di dimostrare la presenza del guasto con fotografie o con dichiarazioni su carta intestata.

Come dimostrare che l’oggetto è danneggiato?

Spesso, però, succede che chi fa vendite online, al fine di evitare la restituzione del prezzo, asserisca che il danno, seppur conclamato, è derivato da un cattivo uso dell’oggetto fatto dall’acquirente. In questo modo, si tenta di scaricare su quest’ultimo ogni responsabilità. Ma il Codice del consumo dice il contrario: nei primi 6 mesi dall’acquisto, è il venditore a dover fornire la prova che il guasto è dipeso dal consumatore e non era preesistente. Invece, dopo i 6 mesi, l’onere della prova si capovolge ed è il consumatore a dover dimostrare che il guasto non è derivato da un uso non conforme dell’oggetto, riporta Adnkronos.

Il diritto di recesso

C’è poi un’altra cosa su cui prestare molta attenzione. Per le vendite online e, in generale, per tutte quelle fuori dai locali commerciali effettuate dai consumatori (quindi, senza partita Iva) è consentito sempre il diritto di recesso nei primi 14 giorni dalla consegna della merce. Diritto che non è subordinato ad alcuna motivazione: non c’è quindi bisogno di dimostrare che il prodotto è arrivato non funzionante o parzialmente rotto. Basta il semplice ripensamento, che non deve essere giustificato. Esercitando il diritto di recesso, che va comunicato con raccomanda a.r. o fax, con successiva restituzione dell’oggetto acquistato, il consumatore ha diritto all’immediata restituzione del prezzo pagato. In questo caso, però, le spese di spedizione del prodotto sono a carico dell’acquirente.

Lombardia, imprese manifatturiere in ripresa nel quarto trimestre 2020

Dopo il crollo complessivo del secondo trimestre 2020 e la decisa ripresa del terzo trimestre, nel quarto trimestre 2020 gli indicatori economici proseguono in un lento miglioramento per le imprese manifatturiere di Milano Monza Brianza Lodi. Prosegue quindi, anche se più lentamente, e con intensità diverse tra i territori, la ripresa di produzione, fatturato e commesse acquisite. È quanto emerge da un’anticipazione dei dati delle analisi congiunturali del quarto trimestre 2020 del Servizio Studi della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, in occasione della presentazione dei risultati dell’analisi congiunturale del settore manifatturiero di Unioncamere Lombardia.

Fatturato e produzione

Guardando al fatturato, rispetto al trimestre precedente, le imprese manifatturiere dell’area metropolitana milanese fanno registrare una crescita del 5,8%, a Monza e Brianza di +2,6%, mentre Lodi risulta stabile. Quanto alla produzione, la crescita per l’area milanese si attesta a +2,1% rispetto al trimestre precedente, +3,7% per le imprese brianzole, e un calo di -1,5% per Lodi. Rispetto al quarto trimestre 2019 i dati tendenziali indicano per il fatturato il -0,9% a Milano e -1,1% Monza e Brianza. Per la produzione, invece, Milano registra un -3,7%, Monza e Brianza risulta stabile, e Lodi -2,4%.

L’andamento dell’industria milanese

Gli indicatori congiunturali dell’area metropolitana milanese registrano nei confronti del precedente trimestre una crescita della produzione industriale (+2,1% destagionalizzato), in linea con quanto rilevato in Lombardia (+2,7%). Tale dinamica si è associata nel trimestre a una crescita del fatturato (+5,8%), che supera nel trend quanto evidenziato in regione (+4,3% destagionalizzato). Gli ordini esteri rispetto al trimestre precedente sono in ripresa, ma non quelli interni (+1,4% e -4,7% destagionalizzato). In Lombardia invece si è assistito a una crescita della domanda proveniente dal mercato interno (+3,5%) e a una ripresa maggiore dall’estero (+8,3%).  Ancora negativa poi la variazione tendenziale su base annua: -3,7% per la produzione, in linea con la Lombardia (-2,6%), -0,9% il fatturato totale rispetto al -0,6% lombardo, e in calo gli ordini (-1,7% rispetto al +0,5% lombardo).

L’andamento dell’industria di Monza e Brianza e Lodi

Nel quarto trimestre 2020, nella produzione il quadro congiunturale è positivo rispetto al periodo precedente (+3,7% destagionalizzato), ed è simile l’andamento per il fatturato (+2,6% destagionalizzato). La ripresa si è poi manifestata anche in relazione agli ordini. Le commesse acquisite nel quarto trimestre 2020 hanno infatti evidenziato una crescita rispetto al trimestre precedente, sia in relazione al mercato estero (+0,8% destagionalizzato) sia nei confronti della domanda di matrice interna (+4,2% destagionalizzato). Stabile la variazione tendenziale su base annua: +0,1% per la produzione -1,1% il fatturato totale, e gli ordini tengono con un +2,2%. Il focus sulla manifattura dell’area lodigiana mostra il calo della produzione industriale nel trimestre (-1,5%), segnali confermati dalla dinamica del fatturato, stabile rispetto al +4,3% in Lombardia. Tiene il mercato interno (+1,1%), come il mercato estero (+2,6%), mentre in un anno la produzione industriale cala del 2,4%. 

Truffe legate alle acquisizioni dei conti correnti, nel 2020 +20%

Nel 2020 la pandemia di Covid 19 ha favorito la crescita del numero di servizi finanziari digitali e di e-commerce utilizzati da casa. Gli esperti di Kaspersky hanno osservato come questo abbia causato un notevole aumento nelle tecniche di ingegneria sociale sfruttate dai criminali informatici. Secondo quanto emerso dal report Kaspersky Fraud Prevention, nel 2020 una transazione fraudolenta su due in ambito finanziario riguardava l’acquisizione di account (account takeover), e secondo le statistiche anonime rilevate dalla soluzione Kaspersky Fraud Prevention da gennaio a dicembre 2020 la percentuale di questi incidenti è stata del 54% contro il 34% del 2019, registrando un aumento del 20%.

Gli schemi del soccorritore e dell’investitore

I due schemi più comuni per ottenere l’accesso a un conto bancario rimangono gli stessi del 2019, ovvero quelli che vengono definiti come gli schemi del “soccorritore” e “dell’investitore”. Nel 12% degli attacchi che avevano lo scopo di ottenere l’accesso agli account degli utenti, sono stati sfruttati in modo improprio strumenti legittimi di amministrazione remota (RAT) come TeamViewer. La prima tattica usata dai cybercriminali è quella per cui i truffatori si fingono “soccorritori”, ovvero finti esperti di sicurezza che si propongono per “salvare” gli utenti, chiamando i clienti delle banche spacciandosi per addetti alla sicurezza offrendo il loro aiuto per risolvere presunti addebiti o pagamenti sospetti.

I truffatori si presentano come impiegati di una banca

Ai clienti viene quindi chiesto di verificare la loro identità attraverso un codice inviato tramite un messaggio o una notifica push, oppure di bloccare una transazione sospetta o ancora di trasferire denaro su un “conto sicuro”. Possono anche chiedere alla vittima di installare un’applicazione per la gestione remota fingendo che sia necessaria per la risoluzione dei problemi. I truffatori spesso si presentano come impiegati di una delle banche più importanti del Paese e utilizzano uno spoofed caller ID per le chiamate in arrivo per riuscire nell’intento di spacciarsi per una vera banca.

Quando i cybercriminali si fingono consulenti di una società di investimento

Il secondo esempio è quello in cui i criminali informatici agiscono in qualità di “investitori”. In questo caso i truffatori si fingono dipendenti di una società di investimento, o consulenti di investimento di una determinata banca. Chiamano i clienti offrendo un modo rapido per fare soldi e proponendo investimenti in criptovalute o in azioni direttamente dal conto del cliente senza la necessità di recarsi in banca. Come prerequisito per fornire il “servizio di investimento”, l’investitore chiede alla potenziale vittima il codice ricevuto in un messaggio di testo o in una notifica push.

“I clienti delle banche danno sempre un grande valore alla semplicità con cui possono accedere ai loro conti corrente e alle operazioni finanziarie abituali dichiarato Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky. Ecco perché crediamo che le soluzioni per il settore finanziario dovrebbero fornire un livello molto alto in termini di misure di sicurezza, comprese quelle che riguardano la protezione contro le frodi”.