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Backup, un’azienda su quattro non fa nulla

Se si pensa che i nostri dati rappresentano uno dei “tesori” più importanti che abbiamo, anche solo immaginare che un’azienda italiana su quattro non abbia nessuna soluzione di backup sembra impossibile. Eppure è proprio così. Lo scenario emerge dall’indagine BVA Doxa per Aruba in occasione del World Backup Day, giornata che cade ogni 31 marzo. 7 aziende ogni 100 sono vittime di una perdita di dati, ciononostante quasi la metà di queste non sa quantificare economicamente il danno subito Il 27% delle piccole e medie imprese italiane non possiede un backup, dato che sale fino al 43% tra le sole piccole imprese.

Cosa fanno le imprese tricolore

Solo il 73% delle aziende intervistate ha dichiarato di disporre di una soluzione di backup, dato che scende al 57% quando si parla di piccole imprese e che sale ad un più incoraggiante 87% quando ci si interfaccia con le medie imprese. Tra quanti utilizzano soluzioni di backup in azienda, il 62% dei rispondenti ne dispone da oltre 5 anni ma è solo il 3% ad essersene dotato nel corso del 2021, sintomo che l’accelerazione della digital transformation registrata nel corso degli ultimi due anni non ha determinato un aumento in parallelo della attenzione alla conservazione dei dati e alla propria sicurezza digitale.
In dettaglio, è il 57% delle aziende intervistate a disporre di un backup in cloud, ossia la soluzione grazie alla quale i file vengono criptati e sincronizzati in tempo reale sui server del data center che ospita il servizio, rendendo il backup pienamente sicuro. Riguardo al cloud backup, le piccole imprese risultano a sorpresa più virtuose: è il 60% ad esserne dotato a fronte del 54% delle medie imprese.

C’è ancora chi non è interessato

Tra l’altro, è davvero sorprendente che tra quanti non hanno un sistema di backup il 71% non è interessato ad introdurne uno in azienda neanche nel lungo periodo. Le ragioni di questa scarsa propensione risiedono principalmente nel ritenere di avere pochi dati da salvaguardare o nel non trattare dati sensibili, dimostrando quindi una scarsa percezione del potenziale pericolo. Invece, a conferma dei rischi, 7 aziende su 100 hanno sperimentato una perdita di dati e per il 34% di queste la causa scatenante è riconducibile ad un sistema di backup inefficace o non adeguato. In media, le aziende coinvolte da una perdita di dati hanno subito un downtime di quasi 2 giorni ed il 43% di queste non saprebbe quantificare economicamente i danni causati dall’incidente. La metà degli intervistati, invece, dichiara in modo netto che la perdita di dati ha causato un rallentamento sul lavoro (52%) e delle conseguenze economiche seppur non facilmente quantificabili (43%).

Con la pandemia le città italiane non sono diventate più sostenibili 

Nonostante i buoni propositi il traguardo verso una mobilità a emissioni zero entro il 2030 sembra essere ancora molto lontano. Alcune città europee hanno reagito alla pandemia da Covid-19 ripensando la mobilità urbana e accelerando la transizione ecologica, ma in Italia sono stati compiuti quasi solo passi indietro.  Lo conferma il rapporto Pan-European City Rating and Ranking on Urban Mobility for Liveable Cities, pubblicato dalla Clean Cities Campaign, la coalizione di organizzazioni che chiedono ai sindaci delle città europee impegni concreti la riduzione delle emissioni e del traffico urbano. Nessuna delle 36 città considerate dal City Ranking può però dirsi soddisfatta: un punteggio inferiore al 100% indica che si sta facendo troppo poco, e i punteggi vanno dal 71,5% di Oslo al 37,8% di Napoli.

In Italia sono stati fatti addirittura passi indietro

 “Le città italiane potevano uscire dalla pandemia trasformate in meglio: meno inquinamento dell’aria, meno auto in circolazione, più bici e trasporto pubblico. Purtroppo non hanno raccolto la sfida e spesso hanno fatto addirittura passi indietro – afferma Claudio Magliulo, responsabile della campagna Clean Cities in Italia -. Altre città europee, invece, hanno dimostrato che si può reinventare lo spazio urbano nel tempo di una stagione: Parigi ad esempio ha investito nella riduzione drastica del traffico veicolare e nella promozione della mobilità pedonale e ciclistica”, strappando a Stoccolma il 5° posto in classifica e tallonando le altre capitali scandinave.

Le città italiane sono tutte nella parte bassa della classifica

Il City Ranking ha analizzato 36 città in 16 paesi europei, classificandole sulla base dello stato della mobilità urbana e della qualità dell’aria.
Tra le variabili considerate, lo spazio urbano dedicato a pedoni e biciclette, i livelli di sicurezza per pedoni e ciclisti sulle strade urbane, quelli di congestione del traffico urbano, l’accessibilità ed economicità del trasporto pubblico locale, l’infrastruttura per la ricarica dei veicoli elettrici, le politiche di riduzione di traffico e veicoli inquinanti, e l’offerta di servizi di sharing mobility. Risultato? Le quattro città italiane analizzate sono tutte nella parte bassa della classifica: Milano al 20° posto, Torino al 23°, Roma al 32°, e Napoli, ultima in classifica, al 36° posto.

Il primo posto è stato conquistato da Oslo, seguita da Amsterdam, Helsinki e Copenaghen.

Non è un incidente di percorso, ma una centralità dell’auto decennale

Una mobilità non sostenibile significa anche congestione urbana e inquinamento dell’aria, riporta Adnkronos. “Le città italiane sono tra le più inquinate e congestionate d’Europa – aggiunge il responsabile di Clean Cities Italia -. Non si tratta di un incidente di percorso, ma del prodotto di decenni di centralità dell’auto e di dipendenza dai combustibili fossili. Abbiamo progettato le nostre città, e le abbiamo modificate negli anni, con in mente l’automobile È il momento di invertire questo paradigma, ripensando lo spazio urbano e la mobilità, a favore degli spostamenti a piedi, in bici e con i mezzi pubblici o di sharing mobility. Ma per farlo, e rapidamente, i sindaci italiani dovranno dimostrare più coraggio e lungimiranza”.

Le italiane sono più attente alla sostenibilità degli uomini

Sono le donne italiane a essere più virtuose rispetto agli uomini in relazione ai temi della sostenibilità, ma anche i giovani più degli anziani e chi abita in un condominio rispetto a chi vive in abitazioni singole. A confermarlo è lo studio Efficienza energetica e comportamenti individuali e comunitari in Italia, condotto dal dipartimento Psicologia Sociale dell’Università Statale di Milano e dal dipartimento Unità Efficienza Energetica dell’Enea. L’analisi ha l’obiettivo di indagare quali sono i meccanismi psicologici che spingono ad attuare comportamenti efficaci nei consumi domestici, che possano a loro volta aiutare a migliorare le politiche energetiche.

Il genere maschile è più scettico sull’impatto dei comportamenti singoli

Lo studio è stato condotto su un campione di famiglie in Lombardia, di cui sono stati esaminati azioni e interventi messi in atto negli ultimi cinque anni per ridurre la propria bolletta energetica, nell’ambito della campagna nazionale sull’efficienza energetica Italia in Classe A, promossa dal ministero della Transizione ecologica. E secondo lo studio la sostenibilità abita più nel gentil sesso, che a quanto pare ha una maggiore percezione di efficacia delle proprie azioni individuali. Il genere maschile invece è più scettico sul reale impatto dei comportamenti del singolo sul sistema sociale nel complesso. Le donne, ad esempio, indossano abiti più pesanti in inverno e utilizzano i grandi elettrodomestici a pieno carico convinte di ridurre i consumi energetici.

Anziani sensibili a risparmiare elettricità e acqua per finalità economiche

Lo studio evidenzia inoltre come all’interno di un unico nucleo familiare spesso convivano diverse subculture energetiche, derivanti da variabili come genere, età, tipologia di abitazione e impegno sui temi della sostenibilità. Gli anziani sono sensibili al risparmio di elettricità e acqua per finalità economiche, mentre i più giovani lo sono per un approccio più ideologizzato, con una maggiore cultura della sostenibilità, più aperta al cambiamento. Quanto alla mobilità sostenibile, è centrale per i dipendenti part-time, lo sharing (condivisione di servizi) e il risparmio energetico per i lavoratori autonomi, mentre la condivisione dei servizi è importante per i lavoratori dipendenti full-time.

La sostenibilità influenza le decisioni di consumo degli italiani

Gli italiani in generale sono,  riporta Ansa, tra i più sostenibili in Europa per scelte d’acquisto e consapevolezza sui consumi. Un sondaggio del Gruppo Bsh (azienda mondiale nel settore degli elettrodomestici) ha evidenziato come 9 italiani su 10 si informano sulle caratteristiche di sostenibilità prima e durante l’acquisto di un grande elettrodomestico soprattutto attraverso l’etichetta energetica del prodotto (60%). Ma anche attraverso la consulenza di un commesso (56%) o i siti di confronto online (53%). La sostenibilità influenza le decisioni di consumo di più di tre quarti degli italiani, collocando l’Italia al secondo posto in Europa dopo la Spagna.

Boom di e-bike, ma l’automobile rimane la preferita dagli italiani

Da quanto emerge dal 18° Rapporto Audimob sulla mobilità, presentata al convegno organizzato da Isfort, CNEL e MIMS – Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, in Italia la mobilità post-Covid non è cambiata molto rispetto a prima dell’emergenza sanitaria. Salvo l’emergente passione per e-bike e mobilità green gli italiani continuano infatti a prediligere lo spostamento con l’auto tradizionale snobbando il trasporto pubblico.
“Le scelte di mobilità sono molto volatili – commenta il Ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibili, Enrico Giovannini -. La vera questione è se nel 2022 ci sarà una domanda diversa di mobilità, anche a causa dello smart working”.

Cresce il parco dei mezzi elettrici, ma oltre 12 milioni di auto sono ‘vecchie’

L’indagine evidenzia comunque una crescita del parco dei mezzi elettrici, arrivati a 83.463 auto (+57% rispetto a fine 2020), 18.635 ciclomotori (+12,3%), 12.471 scooter e moto (+32,7%), 8.352 quadricicli (+18,2%). In ascesa anche l’immatricolazione delle auto ibride, che supera il diesel e fa conquistare all’Italia il podio in Europa. Ma nonostante le velleità green degli italiani, il parco circolante è ancora vetusto, con oltre 12 milioni di auto, quasi un terzo del totale, che non superano lo standard emissivo Euro 3. Le alimentazioni a benzina e gasolio riguardano infatti oltre 35 milioni di auto, quasi il 90% del totale, mentre le auto ibride sono 550mila e quelle elettriche poco più di 50mila. Tuttavia, nelle immatricolazioni 2020 la quota di auto elettriche e ibride è stata pari a quasi il 20% del totale.

Mobilità condivisa, +35mila monopattini elettrici

Una parte degli italiani però ha scelto un mezzo più ecologico, incentivato anche dai bonus, e ha acquistato una e-bike. Secondo i dati Ancma, nel 2020 sono state vendute in Italia oltre 2 milioni di biciclette, di cui 280mila e-bike (+17% rispetto al 2019), e nei primi sei mesi del 2021 ne sono state vendute 157.000 (+12% rispetto allo stesso periodo del 2020). Quanto alla mobilità condivisa, il 2020 è stato un anno di luci e ombre. La flotta complessiva di veicoli è cresciuta del 65%, con un parco disponibile di 85mila mezzi, ma si tratta di un incremento quasi interamente imputabile ai monopattini elettrici (+35mila), riporta Teleborsa. 

Il Tpl perde oltre il 50% dei passeggeri

Gli italiani continuano però a snobbare il trasporto pubblico locale, riferisce Ansa, e a intasare le strade con auto datate. Insomma, l’auto resta il mezzo preferito degli italiani e l’autobus entra in crisi, dimezzando la propria quota modale (dal 10,8% al 5,4%) e perdendo oltre il 50% dei passeggeri. Una tendenza che secondo le previsioni Audimob è destinata a proseguire, complici le norme di distanziamento, la paura dei contagi e lo smart working che di fatto ha ridisegnato la mobilità dei cittadini. Gli smart workers si muovono infatti molto più a piedi o in bicicletta e meno con i mezzi motorizzati, che sia l’auto o il trasporto pubblico.

Più di 4 milioni di italiani seguono la radiovisione

Sono più di 5 milioni gli italiani che nell’ultimo anno e mezzo hanno scoperto per la prima volta la radiovisione sugli schermi televisivi. E quelli che seguono i programmi radiofonici da device diversi da quelli tradizionali sono complessivamente più di 19 milioni. La radiovisione è in sintonia con gli stili di vita degli italiani: più di 4 milioni di italiani seguono ogni giorno la radiovisione dagli schermi televisivi, e nel primo semestre del 2021 sono aumentati del 4,7% rispetto allo stesso periodo del 2019. Gli italiani che invece guardano anche saltuariamente la radio in tv superano gli 11 milioni. Sono i principali risultati del 2° Rapporto del Censis La transizione verso la radiovisione.

La fiducia nella radio è rimasta invariata

I programmi radiofonici sono usciti bene dall’infodemia scatenata dall’emergenza sanitaria. Per l’82,6% degli italiani la fiducia nella radio è rimasta invariata nell’ultimo anno, per il 6,1% è aumentata. L’81,4% degli italiani poi è convinto che la radiovisione sia un nuovo media che combina i contenuti di qualità della radio con le infinite possibilità di ascolto e di visione in diretta su una molteplicità di schermi: il televisore, il pc, il tablet e lo smartphone. Inoltre, l’81,7% degli italiani ritiene che il successo dei programmi radiofonici dipenda dalla credibilità e affidabilità dei loro contenuti.

La politica nazionale conquista il 40,1% di preferenze

Le notizie di politica nazionale sono quelle che interessano di più gli utenti, con il 40,1% di preferenze. Al secondo posto, in forte crescita nell’anno della pandemia, le notizie riguardanti scienza, medicina e tecnologia, che catturano l’attenzione del 34,9%. A questi seguono, stili di vita, viaggi e cucina (28,8%), cronaca nera (27,9%), sport (26,7%), cultura e spettacoli (25,8%). I gusti degli utenti della radio però cambiano in base al sesso. Se gli uomini preferiscono la politica nazionale (il 45,5% contro il 34,4% delle donne), lo sport (45,4% vs 7,2%) e l’economia (23,2% vs 9,9%) le donne sono attratte di più dalle notizie riguardanti stili di vita, viaggi e cucina (40,5% vs 17,5%), cultura e spettacolo (33,8% vs 18,1%), gossip e cronaca rosa (28,8% vs 6,2%).

Il futuro dei contenuti audio? No alle piattaforme digitali

Il 63,1% degli italiani è convinto che il futuro dei contenuti audio non saranno le piattaforme online di musica a pagamento, che offrono lo streaming on demand di brani selezionati in base ai gusti personali dell’utente (la pensa così anche il 51,7% dei più giovani).  Per il pubblico due fattori conferiscono un valore aggiunto alla programmazione radiofonica rispetto alle piattaforme digitali: i contenuti realizzati da una redazione di professionisti e la programmazione in diretta. Il 90,1% sottolinea la differenza tra i programmi offerti all’interno di un palinsesto realizzato da redazioni professionali, ricco di musica e di contenuti informativi, e le piattaforme on demand, che offrono esclusivamente musica selezionata in modo personalizzato. L’85,2% sottolinea che la peculiarità della radio è di essere live, e di riuscire così a mantenere un contatto diretto con il proprio pubblico.

Italia, il 2021 è l’anno dei contenuti digitali: totalizzano 3 miliardi di euro

Tre miliardi di euro: a tanto ammonta la spesa complessiva degli italiani – in abbonamento e/o in acquisto singolo – per fruire di contenuti digitali, con un deciso incremento del 21% rispetto al già ottimo 2020. Il mercato della distribuzione B2c di contenuti digitali gode quindi di ottima salute. Un altro segnale positivo, oltre all’interesse degli utenti, è la ripresa degli investimenti in advertising (+9%) sui contenuti e sulle piattaforme di distribuzione, che superano quota 1 miliardo di euro. I dati sono emersi dalla prima edizione dell’Osservatorio Digital Content  – School of Management del Politecnico di Milano*, in occasione del doppio convegno “Digital Audio: Music, Podcast & Audiobook” e “Digital News & Ebook”.

Un settore protagonista

“Il settore dei contenuti digitali di informazione e intrattenimento – dall’editoria al gaming, dall’audio al video entertainment – sta vivendo a livello globale un periodo da protagonista” spiega Samuele Fraternali, Direttore dell’Osservatorio Digital Content del Politecnico di Milano “Complice l’effetto positivo sulla digitalizzazione portato dalla pandemia, nell’ultimo biennio è esplosa la produzione e l’offerta di contenuti, trainata da una domanda e da un consumo in forte aumento. Le dinamiche osservate presentano però peculiarità in funzione dello specifico contenuto digitale esaminato”. 

La musica è il contenuto più evoluto 

La musica è il contenuto digitalmente più evoluto. Oggi il digitale – trainato dallo streaming – copre infatti a livello globale più dei due terzi dei ricavi. Tale andamento si riscontra anche nel mercato italiano: la componente paid – ossia la spesa del consumatore italiano per sottoscrivere abbonamenti o per acquistare tracce musicali – supererà nel 2021 i 200 milioni di euro, in crescita del +31% rispetto al 2020. Cresce sensibilmente il numero di consumatori italiani fruitori di musica digitale, con il 76% degli Internet user intervistati che ha dichiarato di fruirne, rispetto al 68% del 2020. Il futuro del comparto digitale si prospetta roseo, grazie al fenomeno del live streaming, alla maggiore remunerazione da nuovi canali advertising e alla crescente diffusione di oggetti connessi, come Smart Speaker e Smart Car. Bene anche il podcast, anche se si trova a dover affrontare la sfida della monetizzazione. A oggi sono il 28% degli Internet user intervistati nel 2021 quelli che hanno dichiarato di ascoltare podcast (era il 21% nel 2020), ma solo una quota marginale paga per la fruizione. Incremento significativo anche per gli audiolibri: i consumatori che fruiscono di questo contenuto sono il 22% degli Internet user, anche se solo l’8% dichiara di farlo a pagamento. 

Pazzi per l’eBike: il business delle due ruote vale 9 miliardi di euro

Gli italiani hanno ricominciato ad amare la bicicletta: dal 2018 a oggi la produzione italiana segna +20% grazie proprio al fenomeno della bicicletta elettrica trainata dalle nuove politiche di mobilità sostenibile e dallo sprint ecologico degli stessi abitanti, cittadini e turisti. Lo rivela l’ultimo Market Watch di Banca Ifis dedicato all’ecosistema della bicicletta.

Una filiera in ottima salute

La filiera italiana delle due ruote oggi conta circa 2.900 imprese per 17 mila addetti e produce ricavi per 9 miliardi di euro annui. La buona notizia, stando all’analisi, è che nel biennio 2021-2022 un’industria su due prevede un aumento dei ricavi e solo il 10% stima una contrazione. Un segnale di un comparto che cresce sull’onda dell’innovazione e dell’impronta sostenibile: nel 2020 sono state prodotte in Italia oltre 3 milioni di bici, +20% rispetto al 2018. Come avverte il report, però, adesso servono però buone prassi urbane e il PNRR è l’occasione da non perdere.

Il boom dell’elettrico

Il comparto della bici tricolore guarda anche all’innovazione, tanto che nel 2020 il 90% dei produttori italiani ha aumentato o lasciato invariata la quota destinata agli investimenti. Digitale, sostenibilità e ricerca sono ai primi posti nei piani di investimento. Stando al campione, nel biennio 2021-2022, il 45% degli imprenditori intende ampliare i mercati di riferimento e il 29% punterà anche a rinnovare l’offerta. Il mercato è vivace con una forte richiesta di prodotti più economici e più tecnologici. Sul fronte eBike, negli ultimi 5 anni in Italia, si sono quintuplicate le vendite di biciclette elettriche, passando da poco più di 50.000 pezzi annui ai 280.000 del 2020, il 14% del totale venduto. L’80% dei distributori prospetta un aumento anche nel biennio 2021-2022. Il 90% dei produttori è sicuro che l’eBike sarà una rivoluzione duratura della mobilità per la crescente attenzione alla sostenibilità, gli incentivi all’acquisto e all’innovazione che porta modelli sempre più leggeri e performanti.

Siamo (quasi) tutti ciclisti

La filiera delle due ruote trova terreno fertile nel nostro Paese. Nel 2020, infatti, sono state vendute in Italia oltre 2 milioni di bici tra prodotti made in Italy e d’importazione (+17% rispetto al 2019 e + 26% rispetto al 2018) di cui 1,73 milioni di bici tradizionali (+14%) e 280 mila eBike (+44%). Circa il 50% in media della produzione e delle vendite italiane è riservata al ciclismo sportivo amatoriale dove si contano 10,7 milioni di appassionati (circa il 21% dell’intera popolazione), di cui 4 milioni di praticanti sportivi amatoriali e di cicloturismo che si concentrano in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. Questi ultimi sono per il 71% uomini, residenti al Nord (57%) e il 50% ha un reddito medio alto. Per loro la passione per le due ruote si incrocia con quella per la natura e per la sostenibilità: l’87% si impegna a riciclare, il 71% vorrebbe ridurre l’utilizzo dell’auto, il 72% preferisce che le vacanze includano attività fisica.

Oscurare o no i mi piace? Su Instagram e Facebook sarà possibile decidere

Meglio nascondere i “mi piace” oppure renderli visibili? Una scelta che ora è possibile: è questa infatti la novità introdotta da Instagram e Facebook al termine del periodo di test su Instagram. L’obiettivo del test era capire se l’opzione potesse aiutare a ridurre la pressione sentita da alcune persone nel pubblicare i propri post. Sui due social di Mark Zuckerberg sarà quindi possibile decidere se scegliere di oscurare o lasciare visibile il numero di like su un post. L’iniziativa rientra nel tentativo di filtrare i contenuti ritenuti offensivi nei messaggi diretti, e dare così agli utenti la possibilità di controllare cosa visualizzare e cosa condividere, sia su Instagram sia nella sezione Notizie di Facebook, come, ad esempio, i filtri per il feed, la gestione dei preferiti e le impostazioni relative a chi può commentare.

Una novità introdotta prima su Instagram e poi su Facebook.

Questa possibilità è arrivata prima su Instagram e in seguito verrà introdotta anche su Facebook.
“Quello che è emerso, confrontandoci con le persone e con gli esperti è che se per alcuni non vedere il numero di like era positivo ad altri la cosa non piaceva, anche perché questi parametri vengono usati dalle persone per avere un’idea dei contenuti più trendy e di successo – si legge in una nota rilasciata dalla società -. Per questo abbiamo deciso di dare a tutti la possibilità di scegliere”.

Un’opzione disattivabile prima o dopo la pubblicazione di un contenuto

Su Instagram ora si può quindi scegliere se nascondere il numero dei like su tutti i post del feed e sui propri, che si tratti di una foto, un video o un messaggio di testo. Accedendo alla nuova sezione ‘Post’ nel menu ‘Impostazioni’, è quindi possibile nascondere il conteggio dei ‘mi piace’ sui post pubblicati dagli altri, e allo stesso tempo, si può decidere se nascondere o meno il numero dei like prima di condividere un post. In ogni caso, l’opzione è attivabile o disattivabile anche dopo la pubblicazione del contenuto.

Dare maggior controllo e consapevolezza per  creare un’esperienza più positiva

In questi mesi il gruppo ha lavorato con esperti indipendenti proprio per capire “come dare maggior controllo e consapevolezza alle persone, e contribuire così a creare un’esperienza più positiva – si legge ancora nella nota – .Abbiamo pensato che fosse importante dare a tutti la possibilità di scegliere”. Al contempo il gruppo, riporta una notiza Agi, ha finanziato ricerche indipendenti sul tema dell’esperienza degli utenti nell’utilizzo di Instagram, nonché su come migliorare le policy e i prodotti. Nelle prossime settimane queste opzioni saranno attive anche su Facebook.

Il podcast spopola, è boom di ascoltatori digitali

Il 30 settembre è stata la giornata mondiale del podcast. Nati grazie alla tecnologia RSS all’inizio degli anni 2000, venti anni dopo i podcast hanno fatto un vero e proprio balzo in avanti. Complice anche il lockdown, che in Paesi come l’Italia ha fatto crescere la fruizione di questo mezzo di intrattenimento da parte dei cittadini. Almeno, stando al 70% di chi ha risposto al sondaggio effettuato da Wiko, l’azienda francese produttrice di smartphone, sulla sua community.

Molti lo hanno scoperto durante il lockdown

Se il podcast è considerato una forma di intrattenimento da ascoltare in macchina mentre si va o si torna dal lavoro e quando nessuno poteva uscire di casa, durante la quarantena forzata, ha conosciuto una diffusione boom, i dati sono ancora più significativi.  Il podcast, vera e propria scoperta per molti durante il lockdown, è diventato sempre più un appuntamento fisso per gli ascoltatori digitali. Un esempio? Per No Time To Die, il nuovo atteso film di 007 di Cary Joji Fukunaga, tra anticipazioni di trailer, del manifesto, della data di uscita (il 12 novembre) il 30 settembre è arrivato per la prima volta anche il podcast ufficiale, con il racconto del film e James Bond “in persona”, ovvero l’attore Daniel Craig. Insomma, il racconto digitale ha proprio raggiunto il top della popolarità.

I preferiti? Quelli di intrattenimento e sport 

Oggi i canali disponibili sulle piattaforme di ascolto sono più di 1 milione. I podcast preferiti, secondo il sondaggio, sono quelli di intrattenimento e sport (57%), privilegiati rispetto a quelli di informazione (43%). Il 51% degli intervistati, poi, dichiara di avere il suo o i suoi canali di riferimento a cui è fedele, riporta Ansa. Il mezzo più utilizzato per l’ascolto è lo smartphone (69%), preferito a pc e altri dispositivi (31%). Questo è dovuto anche al fatto che si ascolta più volentieri in viaggio (61%) rispetto a quando si è a casa (39%).

Un altro dato interessante riguarda la durata del podcast. Il 60% degli intervistati afferma di interrompere l’ascolto se il podcast risulta troppo lungo.

Un arricchimento culturale

Anche se è ancora poco utilizzato (33%) rispetto alla Radio (67%), il podcast ha grandi opportunità di crescita, ed è diventato il megafono di tanti personaggi famosi dal mondo della politica e dello spettacolo. Ma il podcast non è un mezzo solo per Vip e Influencer, al contrario, è un canale “democratico” che tutti possono utilizzare. In particolare, ne viene apprezzata la narrazione, che permette di apprendere maggiori informazioni. Ed è per questo che il 40% degli intervistati dichiara di ascoltare i podcast anche come arricchimento culturale, e anche per migliorare il proprio inglese.

Viaggi estivi all’estero, quest’anno il 70% in meno

Lo scorso anno gli italiani hanno speso il 23% in più per le vacanze rispetto all’estate 2020. Le restrizioni e la paura del contagio hanno avuto un impatto decisamente negativo sui programmi estivi degli italiani. In particolare, sui viaggi verso altri Paesi. Quest’anno infatti gli italiani che hanno viaggiato all’estero sono stati il 70% in meno dell’anno passato. Quest’anno, inoltre, la spesa dei vacanzieri è stata maggiore per i soggiorni negli appartamenti rispetto a quelli in hotel, così come per i pasti fai-da-te rispetto a quelli consumati al ristorante. Ad analizzare le spese degli oltre 400 mila clienti italiani è Revolut, la app finanziaria che offre servizi bancari tra cui una carta di debito prepagata, cambio valuta, cambio di criptovaluta e pagamenti peer-to-peer.

Le mete di chi ha scelto comunque di varcare il confine

Ma quali sono le mete di chi quest’estate ha scelto comunque di varcare il confine? Tra giugno e agosto 2019, riporta Askanews, per le proprie vacanze all’estero i viaggiatori italiani hanno preferito come destinazioni principali il Regno Unito, la Spagna e gli Stati Uniti, mentre nel 2020 le mete più popolari sono state Francia, Regno Unito e Svizzera. La Spagna, di solito tra le destinazioni estive preferite dagli italiani, quest’anno è scivolata al quarto posto.

Più vacanze in appartamento, meno soggiorni in hotel

Dopo aver trascorso quasi tre mesi in casa a causa del lockdown e delle restrizioni, i clienti italiani di Revolut per le vacanze hanno optato per alloggi più isolati e sicuro rispetto ai più affollati hotel. Anche chi ha viaggiato all’estero. Tanto che la cifra spesa per i soggiorni in albergo nel 2020 è diminuita del 12% rispetto all’anno precedente, mentre quella relativa alle vacanze in appartamento, inclusi gli appartamenti affittati tramite Airbnb, è aumentata del 33%.

Più pasti fai da te e noleggio auto, meno cene al ristorante

Oltre a scegliere strutture meno affollate secondo Revolut durante le vacanze all’estero gli italiani hanno anche preferito cucinare a casa e ridurre le visite ai ristoranti. Rispetto all’estate 2019 la spesa presso i supermercati è infatti aumentata del 44%, mentre quella per i pasti al ristorante è diminuita del 23%.

Non è tutto, il noleggio auto ha assistito a un aumento del 20% rispetto allo scorso anno. A dimostrazione del fatto che per spostarsi le persone hanno preferito utilizzare un mezzo di trasporto privato quando possibile, anziché viaggiare su mezzi di trasporto collettivi come treni, bus o aerei.